giovedì 13 dicembre 2012

Libri e dintorni # L'inventore di sogni e l'educazione alla fantasia

La cosa più bella ed emozionante di quando presento un mio libro è ciò che viene dopo la presentazione: il confronto con adulti e ragazzi.
Ricordo una volta, in particolare - mi pare una delle prime per Il segreto degli Undici -, in cui una signora davvero simpatica un po' su d'età mi chiese se è giusto incoraggiare le fantasie dei bambini e, se sì, fino a che punto. Mi rivelò di essere la nonna (ancora bella e giovanile) di una ragazzina di sette anni appassionata di fantasy, nonché madre di una donna alquanto preoccupata che la figlioletta potesse uscire di senno da un momento all'altro.
Ah! La manna per me, che ci ho fatto una tesi di laurea. Immaginate la mia faccia estasiata. Ovviamente finimmo per parlare di narrazione fantastica correlata alla crescita.

Un argomento che mi sta sicuramente a cuore, anche se qui non voglio dilungarmi o finirei per scrivere un'altra tesi. E dubito che qualcuno la leggerebbe.
Invece voglio segnalarvi un noto libricino ormai datato (l'originale inglese, The Daydreamer, è del 1993) che consiglio sempre in questi e molti altri casi:


L'inventore di sogni
Ian McEwan
Collana ET, Einaudi

Un bambino sogna a occhi aperti e immagina di far sparire l'intera famiglia, un po' per noia e un po' per dispetto, con un'immaginaria Pomata Svanilina; oppure sogna di poter togliere al gatto di casa la pelliccia, di farne uscire l'anima felina e di prenderne il posto, vivendone per qualche giorno la vita, soltanto in apparenza sonnacchiosa; oppure sogna che le bambole della sorella si animino e lo aggrediscano per scacciarlo dalla sua camera...
Fin dalle prime pagine di questo libro ritroviamo il consueto campionario di immagini perturbanti che sono un po' il "marchio di fabbrica" di Ian McEwan. Specialmente nella prima stagione della sua narrativa l'autore britannico ci aveva abituato a profondi e terribili scandagli nel microcosmo della famiglia, e in quei mondi chiusi e violenti i bambini e gli adolescenti giocavano sia il ruolo delle vittime e sia quello dei carnefici.
Nell'Inventore di sogni McEwan ritorna sul luogo del delitto, ma lo fa con un tono e uno spirito completamente diversi, scegliendo il registro sereno e sdrammatizzante per definizione: quello del "racconto per ragazzi".


"Quando Peter Fortune aveva dieci anni, i grandi dicevano che era un bambino difficile. Lui però non capiva in che senso. Non si sentiva per niente difficile. Non scaraventava le bottiglie del latte contro il muro del giardino, non si rovesciava in testa il ketchup facendo finta che fosse sangue, e neppure se la prendeva con le caviglie di sua nonna quando giocava con la spada, anche se ogni tanto aveva pensato di farlo. Mangiava di tutto tranne, s'intende, il pesce, le uova, il formaggio e tutte le verdure eccetto le patate. Non era più rumoroso, più sporco o più stupido degli altri bambini. Aveva un nome facile da dire e da scrivere e una faccia pallida e lentigginosa, facile da ricordare. Andava tutti i giorni a scuola come gli altri e senza fare poi tante storie. Tormentava sua sorella non più di quanto lei tormentasse lui. Nessun poliziotto era mai venuto a casa per arrestarlo. Nessun dottore in camice bianco aveva mai proposto di farlo internare in un manicomio. Gli pareva, tutto sommato, di essere un tipo piuttosto facile. Che cosa c'era in lui di cosi complicato?
Fu solo quando era ormai già grande da un pezzo che Peter finalmente capì. La gente lo considerava difficile perché se ne stava sempre zitto. E a quanto pare questo dava fastidio. L'altro problema era che gli piaceva starsene da solo. Non sempre naturalmente. Nemmeno tutti i giorni. Ma per lo più gli piaceva prendersi un'ora per stare tranquillo in qualche posto, che so, nella sua stanza, oppure al parco. Gli piaceva stare da solo, e pensare i suoi pensieri."

È questo l'incipit de L'inventore di sogni, che ci cala immediatamente nel mondo del piccolo protagonista, non molto diverso da quello dei bambini di sempre. 
Trovo il libricino (122 pagine circa) molto gradevole da leggere a ogni età, proprio grazie al registro narrativo solo apparentemente leggero, e per certi versi anche rivelatore, soprattutto per quei genitori, nonni, tate e zii che temono la fantasia dei bambini. Perché ce ne sono, ma non dobbiamo dimenticare che la narrazione fantastica, l'onirica, l'horror (ebbe sì) e la fiaba per eccellenza rappresentano un canale preferenziale attraverso cui i bambini ritrovano ed esprimono le proprie paure e le domande taciute (specie agli adulti). In sostanza, delle proprie fantasie, delle sperimentazioni col mondo e con se stessi.
Il discorso è ancora più valido per gli adolescenti, che vivono quel particolare, complesso, intenso passaggio dall'età infantile a quella, auspicabilmente, adulta.
A meno di gravi disturbi o patologie accertate, perciò, via libera al fantastico. Se lo richiedono, è semplicemente perché i ragazzi ne hanno bisogno, perché è formativo per la crescita sia di pensieri che, attenzione, di emozioni; è così che imparano a discernere la fantasia dalla realtà, a distinguere i parametri di una e dell'altra, a dare nomi a cose, sentimenti e casi, a farli propri e, dunque, a servirsene in maniera sana.

Alla fine della discussione, quella volta, ho lanciato la mia solita domanda vagamente provocatoria: come fa un cieco dalla nascita a sapere l'esatta, precisa differenza di sfumatura tra un rosso carminio e un rosso magenta? E dunque, come fa un bambino a riconoscere, da grande, la strega e il lupo cattivo, se da piccoli gli sono stati negati?

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